Epigram 9.28

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Codex Palatinus 23, p. 362

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εἰ καὶ ἐρημαίη κέχυμαι κόνις ἔνθα Μυκήνη,
εἰ καὶ ἀμαυροτέρη παντὸς ἰδεῖν σκοπέλου,

Ἴλου τις καθορῶν κλεινὴν πόλιν, ἧς ἐπάτησα
τείχεα, καὶ Πριάμου πάντ᾽ ἐκένωσα δόμον,

γνώσεται ἔνθεν ὅσον πάρος ἔσθενον. εἰ δέ με γῆρας
ὕβρισεν, ἀρκοῦμαι μάρτυρι Μαιονίδῃ.

— Paton edition

Dunque Micene sono, polvere sparsa qui, e inizio ad apparire abbastanza impercettibile
rispetto a qualsiasi scoglio. “Se qualcuno guardasse dall’alto l’illustre città di Ilo, della
quale ho finito di distruggere le mura e ho finito di saccheggiare ogni abitazione sotto la
giurisdizione di Priamo. Si comprenderà da qui quanto grande fosse prima il mio potere.
Se dunque la vecchiaia finisse per oltraggiarmi, mi farò bastare come testimone Meonide
(Omero).

— Cagnazzi

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#1

Questo epigramma esordisce con la personificazione della città di Micene, ormai devastata. Nell’epigramma, la città si esprime riecheggiando nei toni il suo antico sovrano Agamennone, capo risoluto dell’intero esercito greco. L’epigramma, si conclude attribuendo ad Omero l’epiteto di Meonide, il quale viene ripreso dal poeta Ovidio, nella letteratura latina all’interno dell’opera “Trista” IV, X, 21-26. Si tratta di un epiteto poco noto e più volte ricorrente proprio in AP.

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